LE ORIGINI • Vincenzo

UNA STORIA DI PASSIONE E CULTURA DEL SAPER FARE

«Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione», così sentenziava Georg Wilhem Friedrich Hegel, inarrivabile filosofo idealista tedesco, durante una delle sue lezioni cattedratiche. Prima che quello di una sartoria che ha fatto la storia dell’eleganza maschile contemporanea, Attolini è il nome di una famiglia, una grande famiglia. Unita indissolubilmente, lungo tre generazioni, da una passione profonda. Perché semplice e viscerale. Motore infaticabile alimentato da dedizione e slancio, gusto e cultura del saper fare, unicità ed irripetibilità, creatività e sapienza manuale. Capace di sostenere senza impacci il viaggio lungo una strada che non contempla facili scorciatoie, per condurre nel luogo dell’autenticità e della qualità assoluta. Valori pregnanti che hanno accompagnato negli ultimi ottant’anni la famiglia Attolini, consacrandola sul palcoscenico mondiale della raffinatezza come primo attore della celebrata scuola sartoriale partenopea.

LE ORIGINI • Vincenzo

A cavallo degli anni Trenta del secolo scorso, Napoli era una delle città più eleganti d’Italia. Serafini, Morziello, De Nicola, i nomi di sarti famosi e non solo fra le mura cittadine. Il gusto napoletano del vestire, figlio di una miscellanea tra stile inglese e ascendenze francesi e spagnole, infatti, era già conosciuto in tutta Italia. Per circa tre decenni, da inizio secolo fino al 1930, il gusto napoletano coincise in prevalenza con quello inglese. In barba al clima e alla scomoda rigidità delle forme, i napoletani vestivano come perfetti britannici. Questo fino a quando un giovane sarto partenopeo, grazie alla sua spiccata intuitività creativa, al suo profondo senso dell’armonia e ad un’abilità manuale impareggiabile nel taglio dei tessuti, riscrisse le regole dell’ingessata eleganza d’oltremanica. Vincenzo Attolini, questo il suo nome, era solito ripetere ai suoi estimatori che un buon sarto non è altri che un artigiano il quale crea abiti imperfetti per corpi imperfetti. E le sue non si limitavano ad esser mere congetture. Proprio nell’anno 1930, disegna, taglia e cuce una giacca dalla linea mai vista prima e dalle rifiniture inconsuete. 3 Un capo che durante gli anni Sessanta sarebbe stato ancora considerato alternativo, per poi essere consacrato definitivamente come paradigma di raffinatezza negli anni Novanta. Una semplicità disarmante capace però di cancellare, di colpo, tutti i rigori dell’eleganza maschile, facendo apparire giurassici i capi d’abbigliamento inglesi. Via le imbottiture, via le spalline, via la fodera. Resta solo l’indispensabile, rendendo la giacca morbida e leggera come una camicia. Talmente destrutturata da potersi piegare in sei, in otto, in dieci. Nessun sarto aveva mai osato tanto negli ultimi cinquant’anni. E’ una rivoluzione. E’ l’invenzione dello stile napoletano e di quel capo che tutto il mondo oggi si limita a chiamare inconsapevolmente “la giacca”. Ciò cui il giovane Vincenzo dà vita non è unicamente l’opportunità di una nuova praticità, di una leggerezza liberatoria, bensì è un’immagine completamente performata dell’uomo. La sua forbice capace di fenditure quasi taumaturgiche permette, con quei drappeggi ai petti e alle maniche, con l’inconsueta forma delle tasche e quella alquanto ardita del taschino “a barchetta”, il passaggio da un uomo che veste con raffinatezza per etichetta ad uno che, vestendosi, non fa altro che dilettarsi. Potendo finalmente assecondare in tutta libertà sia il proprio gusto vezzoso che la propria spontaneità gestuale. Inutile dire che, se ne accorgono in tanti. Gli uomini più prestigiosi dell’epoca giungono, giorno dopo giorno, come in un pellegrinaggio, nella sartoria di via Vetriera a Napoli, a cento passi da quella via Filangieri dove oggi si trova il raffinato atelier di Cesare Attolini. Scopo, neanche a dirlo, quello di ridisegnare il proprio stile nel segno della morbidezza e della sinuosità delle giacche del maestro Vincenzo. Se Totò, De Sica, Mastroianni e Clark Gable ne sono, dagli anni Cinquanta in poi, i principali ambasciatori nel mondo dello star system internazionale, il Re Vittorio Emanuele III e il celebre Duca di Windsor rappresentano i due casi più eclatanti di come anche le convenzioni aristocratiche dovettero piegarsi alla tentazione di un nuova ed accattivante fascinosità. Non è una leggenda la storia che narra dell’impeccabile Duca, sempre e solo abbigliato fino ad allora con abiti cuciti da sarti inglesi, innamorarsi, passeggiando per la magica Piazzetta di Capri, di una creazione di Vincenzo Attolini. Al punto di fermare il passante che la indossava per chiedergli di chi ne fosse la paternità. Proprio come non è leggenda quanto si racconta circa gli interminabili dibattiti fra il principe dei sarti e quello della comicità, il grandissimo Totò, sui temi della pittura e dell’opera lirica. «Mio padre e Totò erano grandi amici! – ricorda Cesare Attolini - Discutevano molto e condividevano vari interessi artistici. Spesso Totò veniva nella sartoria di via Vetriera a trovare mio padre. Gli piaceva vederlo all’opera. Quei momenti avevano un sapore unico, irripetibile».

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